Chi ha un po’ di dimestichezza con la finanzia ben saprà che il termine Initial Coin Offering o “Offerta Iniziale di Monete” deriva dal termine molto più diffuso di Initial Public Offering o “Offerta Pubblica Iniziale”, la procedura con cui una società quota per la prima volta le proprie azioni in una borsa valori pubblica, come il mercato regolamentato di Borsa Italiana.

Per esempio, nel 2012 Facebook ha condotto un’IPO da 16 miliardi di dollari al NASDAQ. Una volta completata, chiunque poteva finalmente acquistare una fetta di proprietà della società titolare del noto social network. Di contro, prima dell’IPO gli investitori potevano acquisire una partecipazione in Facebook solo negoziando direttamente con l’azienda, o con gli azionisti esistenti.

Ora, a causa delle rigide regole imposte dalle autorità di regolamentazione dei titoli, condurre un’IPO è un’attività molto costosa. Un’IPO richiede infatti il deposito di un prospetto di quotazione (un documento lungo e ricco di informazioni che illustra nei dettagli il progetto di investimento della società), il coinvolgimento di tanti partner e, insomma, il sostenimento di costi particolarmente salati.

Ma che dire dei progetti in fase iniziale che non sono in grado di sostenere i costi proibitivi di un’IPO? Se possono giustificare la raccolta di una somma ridotta, ad esempio qualche centinaio di migliaia o qualche milione di euro, non possono probabilmente permettersi tutti i costosi avvocati e banchieri necessari per una IPO.

Dunque, poiché la strada dell’IPO è troppo costosa, spesso l’unica opzione realistica per le start-up è quella di cercare di ottenere investimenti da angel investors o venture capitalist. E, considerato che abbiamo fatto cenno proprio a Facebook, ricordiamo che quando il social network stava muovendo i primi passi, il miliardario Peter Thiel riuscì a investire 500.000 dollari nel 2004, circa otto anni prima dell’IPO e con una valutazione molto più bassa.

La legge vietava al pubblico di investire nelle fasi iniziali di questo tipo, in quanto ritenuto “troppo rischioso” dalle autorità di regolamentazione. Negli ultimi anni, però, si sono verificati due importanti cambiamenti nel panorama.

Il primo fenomeno è l’avvento dell’equity crowdfunding che, per certi versi, è come una mini IPO molto meno costosa da condurre. Con l’equity crowdfunding, la società che raccoglie i fondi deve comunque seguire delle regole piuttosto ferree, ma pur sempre meno onerose di quelle di una IPO tradizionale.

Al secondo fenomeno dedichiamo questo approfondimento.

ICO – Initial Coin Offering

La seconda innovazione degli ultimi tempi è l’Initial Coin Offering (ICO). Le ICO rappresentano una filosofia fondamentalmente diversa dall’equity crowdfunding. Mentre infatti l’equity crowdfunding vede gli emittenti aderire a una serie di regole semplificate, le ICO sfruttano le caratteristiche della criptovaluta per esistere per lo più al di fuori della regolamentazione.

In primo luogo, le ICO chiedono agli investitori di finanziare un progetto utilizzando criptovalute anziché denaro fiat. Poiché il denaro fiat non è coinvolto in questa opearzione, le ICO sono state molto più difficili da regolamentare.

Invece di investire denaro fiat in cambio di azioni (come in un’offerta pubblica iniziale o in un crowdfunding azionario), le ICO prevedono insomma l’invio di un tipo di criptovaluta (tipicamente Bitcoin o Ethereum) da parte degli investitori all’indirizzo del wallet del progetto, in cambio dei nuovi token emessi dal progetto ICO stesso. In nessun momento del processo ICO sono coinvolte banche o titoli legalmente definiti: si tratta solo di un tipo di criptovaluta scambiato con un altro.

Le autorità di regolamentazione hanno tentato più volte di regolamentare le ICO chiedendo agli emittenti di aderire a regole simili a quelle delle offerte di titoli tradizionali, ma le maglie delle criptovalute hanno sempre trovato delle vie alternative, finendo con l’insediarsi ovunque le normative siano più leggere.

I rischi delle ICO

Ciò premesso, va sottolineato che gli investimenti in ICO sono estremamente speculativi. È infatti una proposta ancora più rischiosa rispetto all’acquisto di criptovalute più note come il Bitcoin (che sono già piuttosto volatili).

Se questa caratteristica non sembra essere compatibile con il tuo profilo di investitore, allora l’investimento in ICO non fa per te (e non c’è niente di male!).

Cosa devi sapere prima di investire in ICO

L’ondata di interesse per le ICO a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha portato ad alcuni progetti di dubbia credibilità. D’altronde, poiché poco o nulla impedisce a chiunque di avviare una ICO, i responsabili del progetto possono gestirla come vogliono.

Con tale base di valutazione, è evidente che un certo numero di progetti ICO sarà sempre destinato al fallimento, e tra tali fallimenti ci saranno sia i progetti che includono token che ci “provano” onestamente ma non hanno successo, così come coloro che, con minori scrupoli, avvieranno truffe deliberate progettate per arricchire i fondatori a spese del pubblico degli investitori.

Sebbene le ICO siano innegabilmente rischiose, il “rischio” non è esclusivamente negativo. Il rischio comporta infatti sia la possibilità di guadagno che la possibilità di perdita. Alcune ICO hanno reso 1.000 volte l’investimento iniziale e quando Peter Thiel investì in Facebook nel 2004, anch’essa era un’azienda rischiosa e in gran parte non collaudata. Quel rischio finì però per essere ampiamente ripagato e Thiel trasformò quei 500.000 dollari in una fortuna da capogiro, valutata milioni di dollari.

Come investire nelle ICO

Il segreto è evitare rischi insensati. Come minimo, la proposta deve avere un’idea solida, un piano e un team con un buon potenziale per realizzarla. Il documento che illustra le ambizioni del progetto ICO – che si chiama white paper – dovrebbe contenere informazioni sulla storia del progetto, sui fondatori e sulle altre persone chiave coinvolte, una panoramica del mercato, un’analisi della concorrenza e così via. Ovvero, apparentemente, tutto ciò di cui un potenziale investitore ha bisogno per prendere una decisione ben informata. Un white paper è un po’ come un prospetto dell’IPO, ma più breve e meno rigido.

Di questo parleremo in un prossimo focus!